Un momento in un percorso di coaching in cui l’aria si fa densa. Non per tensione, ma perché si avvicina quel punto di svolta: il momento in cui una verità scomoda, ma necessaria, viene messa sul tavolo.
Ricordo bene un coachee, un giovane professionista con una carriera già avviata, che continuava a ripetere: “Non sono abbastanza creativo per fare il salto.” Lo diceva con convinzione, come se fosse un dato di fatto. Ma c’era qualcosa nella sua voce, una sfumatura di esitazione, di paura mascherata da certezza.
Gli ho fatto una domanda semplice: “E se questa fosse solo una storia che ti racconti per restare dove sei?”
Silenzio.
Il tipo di silenzio che pesa più di mille parole.
Nei giorni successivi, ha iniziato a notare piccoli dettagli: i progetti in cui aveva già portato soluzioni originali, le volte in cui aveva preso una strada diversa dagli altri, i complimenti ricevuti e subito dimenticati.
Non era la creatività a mancargli, ma il coraggio di riconoscerla.
Un altro episodio riguarda una cliente che si sentiva intrappolata nel suo ruolo, convinta di non avere il carisma necessario per guidare un team. Le ho chiesto di raccontarmi una situazione in cui aveva davvero avuto un impatto sulle persone intorno a lei. Ha parlato di un collega che, grazie ai suoi consigli, aveva superato un periodo difficile. Di una decisione che aveva preso per il bene del gruppo, anche se era stata impopolare all’inizio.
Le ho detto: “Questa non è leadership?”
La sua espressione è cambiata.
Non aveva mai visto il suo valore con questa chiarezza.
Essere coach non significa dire alle persone ciò che vogliono sentirsi dire. Significa anche a volte sfidarle a vedere oltre le loro convinzioni limitanti, a riconoscere i loro talenti, a prendersi la responsabilità della loro crescita.
Perché solo quando smetti di raccontarti storie che ti trattengono, puoi iniziare a scrivere quella che vuoi davvero vivere.